“Solo tre gradi di separazione” – Estratto #2

“A casa Mandarà, Christian era solo. Entrò nella stanza dei suoi e si piazzò di fronte all’armadio, sulla cui anta centrale si trovava uno specchio a figura intera. Da bambino aveva giocato assumendo varie pose, adesso il ragazzo trovava fuori posto quel riflesso non coincidente con l’immagine della sua coscienza. La stanza aveva una voce, lo chiamava, gli chiedeva di girarsi – una cassettiera, alcuni ninnoli su un centrino ricamato a mano, cornici; dalla foto del proprio battesimo, lo fissava l’abito che indossava sua madre quel giorno. Christian aprì le ante, tirò fuori quel vestito datato ma ancora in buono stato e appoggiò la stampella sotto il mento. Tolse polo e jeans, mise il vestito per terra, vi entrò a
piedi nudi e lo tirò su. Infilò le braccia nelle bretelle dell’abito, chiuse la lampo sulla schiena e stirò le pieghe, poi
alzò lo sguardo. Nel riflesso non vide solamente sé stesso che indossava un vestito femminile ma un sogno. Portava i capelli lunghi e per questo sua madre gli aveva riferito le parole del marito Franco: «Tuo figlio deve ancora tenere i capelli in quel modo?» Christian provò a tirarli indietro fino a farsi male e a raccoglierli in uno chignon, scoprendo il volto intero, le piccole orecchie.
Tirò su la parte inferiore del vestito, si tolse gli slip e spinse il pene dietro le gambe chiuse, in modo che lo specchio non mostrasse quel membro che non percepiva come proprio. L’assenza come essenza, pensò e sorrise. In quel momento la serratura d’ingresso scattò per una chiave familiare ma inaspettata…”
Il resto qui:
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