Il monopattino e la saracinesca

Quand’ero ragazzino, nel quartiere dove abitavo mi capitò di incontrare un mio coetaneo con un monopattino.

Sembrava fuori posto come il personaggio di un telefilm statunitense tirato fuori dallo schermo e inserito in un contesto sbagliato: lui, che a prima vista non sembrava possedere nessuna qualità particolare, come si permetteva di avere, anzi, di essere qualcosa di diverso dalla quotidianità di noi che usavamo una saracinesca come porta contro la quale calciare il pallone? Peraltro attirando le ire del proprietario della saracinesca? Noi ragazzini che giocavamo per strada, sull’asfalto bituminoso, che respiravamo gli scarti delle torri di cracking del vicino impianto petrolchimico, e cacciavamo con lo sguardo i pesci che nuotavano nel corso d’acqua in cui confluivano gli scarichi dell’impianto​?

E quel ragazzino, con un oggetto così semplice – ma di lusso perché non necessario in confronto alle nostre bici – sembrava darsi arie da Famiglia Bredford – quelli con la scala in bella mostra all’ingresso di casa per raggiungere la zona notte, la colazione con cereali e frittelle con sciroppo d’acero, il guantone da baseball. Tutta roba vista solo in televisione e per di più nel contesto dell’America dei sorrisi rassicuranti, dei lanci al parco, delle villette singole con il giardino per il barbecue da curare con il tosaerba.

Non era forse da restare perplessi di fronte a quella visione? Roba da prendere il ragazzino, togliergli il monopattino e, con la scusa di volerlo provare, romperlo, così da dimostrare che no, non poteva esistere nel nostro quartiere uno col monopattino.

Poi cresci e la saracinesca contro cui giocano i ragazzini è quella di casa tua.

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