Fare il punto

Ieri, mentre portavo mio figlio a spasso, ho avuto l’epifania di essere un bambino come lui, solo un po’ più alto e vecchio ma con lo stesso spaesamento di chi guarda il mondo e la vita senza certezze di stabilità.

Ho poco più di quarant’anni, ho traslocato 13 volte, non ho mai avuto un padre ma solo un patrigno e ho perso pure quello. Mi sento sempre come se non mi fosse mai stata data la possibilità di scegliere davvero quello di cui avevo voglia-bisogno. Ho cambiato case, lavori, strade, chitarre, città, amici, ascolti, autori – perché costretto dalle circostanze o forse perché la felicità definitiva non è alla mia portata e allora dopo un po’ di tempo mi butto in qualcos’altro, sperando in quell’incastro definitivo che funzioni con ciò che sono davvero. E tiro un sospiro di sollievo quando mollo una strada per un’altra, per il fatto di provare una novità che però già delude al pensiero ma soprattutto per non essere più costretto a credere in ciò che stavo facendo fino al giorno prima e mettere da parte l’ansia da scommessa perdente. Anche se poi ci ripenso e torno indietro a recuperare quello che resta.

Punto (e a capo?).

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