La vacanza degli Odissei

Giunti alla casa sul mare, mentre sembra che le pulizie preparatorie si prolunghino oltre il dovuto, chiedo se per caso abbiano il wifi; risposta: “Lasciamo perdere” (questo era un segno).

Il proprietario ci avverte di non intralciarlo nel delicato compito di sostituire il cavo dell’antenna TV e il coperchio dello scarico della doccia, minacciando l’eventualità di dover spaccare il pavimento del bagno (è un tipo scrupoloso e noi, chiaramente, siamo lì sotto il sole di mezzogiorno per fargli perdere tempo).

Gli facciamo notare che uno dei ventilatori (condizionatori, questi sconosciuti) è rotto*, la risposta è “Io non posso farci niente, ve lo tenete così! Dove lo trovo un altro ventilatore adesso?” Facciamo notare anche che non è giusto che noi scontiamo i danni provocati da altri e, non essendoci quanto previsto, lui verrà pagato di meno; magicamente si materializza un ventilatore portatile (arrugginito e con una pala bucata).

All’esterno c’è una comoda doccia per pulirsi prima di entrare in casa, se non fosse che il passaggio è ostruito da un albero i cui rami bassi garantiscono craniate a ogni rientro per cui ci tocca passare piegati in due con tanto di bimbo in braccio.

Mentre a turno siamo sotto la doccia, l’acqua corrente va a singhiozzo. Avvisiamo il proprietario, che interviene sull’autoclave aggiungendo “Mah, non si è mai lamentato nessuno…” (Tradotto: chissà questi che combinano).

La TV non prende più nessun canale, con buona pace di mio figlio che mangia solo guardando Peppa Pig; il proprietario ci risponde: “Tele Marte copre gli altri segnali” (sic).

Il piatto doccia è inclinato così male che l’acqua allaga il bagno. I pomelli dei fornelli in cucina sono per metà fusi. La notte si fatica a dormire per rumori legati a misteriosi lavori di manutenzione.

Chiediamo dove buttare la spazzatura giornaliera – risposta: “Fate una passeggiata in città (a 5 km)” (Ricordo male o l’immondizia si butta nel comune di residenza, pena sanzione?) “E se non usciamo la sera?” “Oh, se proprio dovete (no, noi usiamo i sacchi neri della spazzatura come decorazione e deodorante per ambienti), buttate nei secchi qui dietro, dove le sta ringhiando il rottweiler” (e quella volta che lo faccio, “lì dietro” è chiuso e non mi apre nessuno nonostante suoni ripetutamente il campanello).

Scopro una perdita in bagno. “Gli metta sotto una bacinella.”

*=(Mi è ormai chiaro cosa intendesse il precedente occupante salutando il proprietario con “Tutto a posto abbiamo lasciato, no?”)

In un giorno molto caldo prendiamo il ventilatore aggiunto e scopriamo che le pale si avviano dopo almeno cinque minuti dall’accensione.

D’improvviso non arriva più acqua corrente (l’autoclave, messo sotto sforzo dal proprietario, si è bruciato). Si mettono in quattro a fissare le tubature: idraulici, proprietario e parcheggiatore, e riparano il guasto esattamente nel momento in cui l’ultimo di noi si è lavato in un bagno di cortesia (dietro nostra insistenza) a cento metri di distanza, incluso bimbo sul limite dell’orario di nanna.

Alla partenza ci chiedono: “Vi siete trovati bene?” Risposta: “Lasciamo perdere”.

Com’era quella storia che in Sicilia si potrebbe vivere di solo turismo?

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Serve un’auto usata?

Mia suocera, tra i tanti pregi, ha un piccolo difetto: fatica a disfarsi delle robe vecchie. Nonostante abbia già un’auto efficiente, tiene ancora una Opel AT, ovvero Accanimento Terapeutico. All’inizio bisognava solo tenere una bottiglia di minerale per riempire la vaschetta dell’acqua, nel caso il motore si surriscaldasse; poi il bagagliaio prese ad aprirsi a scatto ma solo fino a una certa altezza: o ti rompevi la mascella all’apertura o davi una craniata mentre, piegato in due, bestemmiavi nel caricare le valigie; a un certo punto, per far partire la AT, bisognava aprire il cofano e schiacciare più volte una pompetta per far arrivare il gasolio nel motore (lì ho pensato: a quando la manovella stile film di Stanlio e Ollio?). Aggiungiamo il tessuto del tettuccio scollato che casca sulla testa dei passeggeri e lo specchietto retrovisore che non sta fermo, un relè che fa bloccare la ventola per cui o smonti la batteria o dai un colpo di chiave inglese da qualche parte… “Ma sarebbe un peccato darla via: ha pure un ottimo impianto di climatizzazione!”

Ora indovinate cosa non si può usare quest’estate.

Rifacciamo, dai

Datemi una seconda possibilità. Fatemi rinascere memore di questa vita, dei miei errori (tanti), di quello che mi piace nelle donne (tutto), della musica che mi piace (che piace solo a me, chissenefrega). Sarei meno permaloso, avrei più autostima, parlerei solo di quello di cui mi importa davvero.

Forse il detto “a quarant’anni si rinasce” significa in realtà questo: voler rifare tutto ma in modo diverso, magari ridendoci su, come Giulia in quella canzone che sembrava tanto allegra.

Analisi di un romanzo

Nel mio primo testo, “Olio di mandorle amare”, ciascuna delle due protagoniste raccontava la storia dal proprio punto di vista, alternando eventi dell’età adulta e flashback fino all’adolescenza, ricostruendo reciproci sentimenti e incomprensioni.

In questo secondo lavoro, “Solo tre gradi di separazione”, lo scorrere del tempo è condiviso ma sono i piani spaziali a intersecarsi: ciascun personaggio vive nel suo mondo – dai centri di calcolo dell’Università di Ingegneria di Catania agli appartamenti occupati abusivamente nel quartiere di Librino – finché una serie di eventi intreccia le varie storie.

Ogni capitolo ha un protagonista differente per ambiente, vissuto e linguaggio, fornendo così una lettura dai riferimenti continuamente cangianti. La conclusione di un brano spinge (si spera) a proseguire il testo per ritrovare il percorso appena interrotto.

Il resto sulla pagina FB del romanzo: https://www.facebook.com/Solo-Tre-Gradi-Di-Separazione-Romanzo-1614267661977887/

Solo tre gradi di separazione – Estratto#3

Marco percorse a piedi quasi un paio di chilometri lungo la Via Etnea. All’altezza della Villa Bellini girò su Corso Umberto fino all’omonima piazza. Tolti gli auricolari, entrò in negozio e salutò con un cenno il proprietario seduto di fronte allo schermo del proprio PC, immerso in un catalogo online per scovare riedizioni. Notando una ragazza intenta a sfogliare gli espositori di musica jazz, le precedenti elucubrazioni di Marco divennero il sottofondo insistente di un improvviso sprazzo di socialità:
«Ciao. Posso aiutarti?»
Lei si girò sorpresa e contraccambiò il saluto per educazione, colta dall’imbarazzante dubbio che il ragazzo lavorasse in quel negozio che frequentava per la prima volta.
«Ciao! Cercavo Ballads di Coltrane.»
«Ottima scelta, ti aiuto.»
Marco aveva in tasca gli ingressi di Renato per la discoteca ma non li prese minimamente in considerazione; sfogliando gli espositori, si ricordò di qualcos’altro:
«Sai chi è l’omino in ammollo?»
«Ehm, veramente… »
«In una vecchia pubblicità di un detersivo, un tizio si metteva dentro un’enorme lavatrice. Si trattava di Franco Cerri, il chitarrista jazz, che suonerà lunedì al Tertulia.»
«Ah, che cultura!»
Il ragazzo notò la timbrica rauca di lei, come se avesse un po’ di raucedine, ma non vi diede peso, dato che una delle sue ex era una forte fumatrice. Con un occhio alle copertine degli album, proseguì:
«Se ti va potremmo andarci insieme. Io non ho amici a cui piace questa musica, quindi si tratterebbe di una buona azione da parte tua per non lasciarmi andare da solo.»
Alessia rispose sorridendo:
«Allora magari ci incontriamo lì.»
«La tua risposta porta fortuna: ecco qua Ballads! Capita che qualcuno rimetta i CD nel posto sbagliato. A proposito, io mi chiamo Marco.»
«Alessia, piacere. E grazie per il CD.»
«Di niente. Allora ci vediamo lunedì.»
Dimenticando lo shopping e la noia di qualche minuto prima, Marco uscì dal negozio. Le presentazioni non evitavano l’amnesia dei nomi ma il ragazzo ripensò alla A della collanina di Alessia.

Il resto qui: Solo tre gradi di separazione Antipodes https://www.amazon.it/dp/8899751145/ref=cm_sw_r_sms_awdb_-iIFzbP76T4F5

Ciclo di vita di un ingegnere informatico

Frequenti il primo anno, le aule sono affollate, si occupano i banchi con i quaderni, in alto si riservano uno spazio quelli che giocano a carte o leggono il giornale. Si parlano dialetti diversi dal tuo, ci sono poche ragazze, ti preoccupa sentire che qualcuno sta seguendo quella materia per la seconda volta e ti chiedi in che guaio ti hanno cacciato i tuoi genitori che hanno insistito perché ti iscrivessi a ingegneria “per il tuo futuro”.

Sei fuori sede, litighi con i tuoi coinquilini per i turni di pulizia degli spazi comuni, pasta col tonno è il tuo piatto tipico. Ti prepari per lo scritto di analisi 1, studi in gruppo, ognuno propone un metodo diverso per risolvere l’esercizio sul quale vi siete bloccati. La notte sogni numeri e simboli.

Ti presenti alla prima sessione. Quelli dell’anno precedente avevano promesso di ritirarsi dalla facoltà se non fossero passati. Loro passano e ne sono quasi contenti, tu no.

Continui a studiare, vivi in tuta e ciabatte, ogni tanto ti guardi allo specchio, non ti fai la barba ma scopri che soffri di tic a un ciglio. La sera gli amici vanno a un pub in centro, tu resti a casa per i sensi di colpa, poi non ti decidi ad aprire il libro e perdi tempo facendo zapping, finisci a leggere un vecchio Dylan Dog.

Ti presenti alla seconda sessione. Passi lo scritto con riserva. Devi prepararti per l’orale, sei terrorizzato all’eventualità di doverlo ripetere, immagini scenari in cui implori il professore di darti la materia con 17 e due figure, pensi a scuse tipo “Mio padre ha perso il lavoro”, “Ho problemi di salute e non so se arriverò a laurearmi”, “Le cavallette”. Prima dell’esame fai il conto degli argomenti che non hai imparato, la prima domanda verte su uno di questi, passi comunque perché il professore non vuole rivederti alla prossima sessione insieme al resto della mandria.

Sei fuori corso. Le classi sono più piccole perché meno numerose, molti ex colleghi hanno abbandonato e adesso raccontano di dare un esame dopo l’altro in fisica, medicina, giurisprudenza. Per i corridoi t-shirt dei Motorhead si alternano a “profeti”: terzo anno fuori corso stempiati con barba fino allo sterno che scrutano le bacheche in cerca di avvisi per sessioni straordinarie. Hai ancora quel tic, per non stressarti troppo alterni i libri di testo ai romanzi di Tolkien, che finisci.

Discuti la tesi davanti a un gruppo di parenti che pensano “Ma che bravo!” senza capire una parola di quello che dici, ma gli piacciono i disegni del tuo Power point. Parli di reti neurali, l’argomento preferito dal tuo relatore, che si dimostrerà smentito dai risultati nel mondo reale. Ti consegnano la pergamena, tu adesso sei disoccupato, fai per lasciare l’ateneo mentre ti senti chiamare da un ragazzo, come te in giacca e cravatta e barba rasata per l’occasione: mentre cerchi di ricordare chi diavolo sia lui che ti conosce per nome, ti dice che vi hanno scambiato la pergamena e in effetti quella che tieni arrotolata in mano, scopri, non riporta le tue generalità.

Qualche anno più tardi, quello che era il tuo futuro è diventato il tuo passato, nel senso che sei arrivato tardi, in un’Italia post legge Biagi, con contratti a progetto dove vengono richiesti geni in cambio di stipendi per ragazzini. Ti decidi ed entri nella pubblica amministrazione che tanto aborrivi quando eri un illuso; diventi un insegnante, un amministrativo, un burocrate, e finisce che voti M5S non perché tu li ritenga validi politicamente – anche perché non ti eri mai interessato alla politica, convinto di non aver bisogno di interessarti alla politica – ma solo perché, dopo tanto studio e sacrificio, senti che le vecchie classi politiche ti hanno tolto quello che doveva essere tuo e quindi vuoi che non mangino sempre gli stessi, insomma la butti in vacca.

In compenso, il tic è passato.

“Qualche papà dà una mano?”

Tra i vari difetti di WhatsApp, ci sono chat tra genitori di bambini iscritti allo stesso nido. Per la festa di fine anno, si cerca un papà disponibile fino alle 21:30 per rimettere a posto a conclusione della serata. La chat rimane vuota e silenziosa finché mi offro volontario, conscio del fatto che mio figlio dorme già alle 20. Ma al peggio non c’è mai fine, perché quel giorno già alle 17:30 lui mi urla “Andiamo a casa!” Le educatrici, nel frattempo, imbastiscono una coreografia New Age che coinvolge foglie, materiali di scarto e cellophane, durante la quale ai bambini è richiesto di stare fermi a bordo del palco; naturalmente mio figlio non ne vuole sapere e scappa qua e là. Quando finalmente “la messa è finita andate in pace”, moglie e pargolo rientrano a casa, mentre io, per mantenere l’impegno dato, cerco di impiegare il tempo scambiando quattro chiacchiere con i genitori – questi ultimi non li conosco per nome ma come Papà-di-Irene, Papà-di-Alessandro ecc. quindi figurarsi la confidenza tra noi. Dopo aver girovagato tra capannelli di bimbi, educatrici e genitori peggio di uno stalker in impermeabile ai giardinetti (coi gianburrasca, cit. Banfi), prendo una sedia, mi metto all’ombra di un albero e fingo di essere impegnato col cellulare (e non mi ero ancora iscritto a Facebook). Dopo aver finito e recensito un romanzo, parlato con mia moglie a casa e perfino con mia madre, faccio la fila per la cena da solo, come un imbucato a una festa di compleanno. Torno a sedermi e leggo tutte le notizie de IlPost, persino lo sport e gli articoli femministi della Siviero. Nel frattempo comincia la musica e le educatrici fanno ballare i bambini con il sottofondo di Gabbani. E qui mi escono gli occhi dalle orbite alla vista di due mamme in tenuta da mamme (capelli corti per manutenzione rapida, canotta con macchie di rigurgito, pantaloni “cargo”, sandali con tacco sottoterra) che ballano come cubiste e con la stessa nonchalance di due ragazze immagine. Arrotolo la lingua dentro la mia bocca e per distrarmi leggo pure le notizie della cronaca di Bassano. Nel frattempo si fanno le 22:00 ma la festa non accenna a calare per cui chiedo alla gente di alzarsi e togliersi di mezzo così da poter fare qualcosa mettendo via tavoli e sedie. Tra l’altro l’abbondanza di padri ancora lì mi porta a dubitare dell’effettiva necessità della mia presenza, finché un’educatrice, forse mossa a compassione – o preoccupata del mio sguardo assassino mentre tolgo le portate dalle mani dei commensali e le lancio a terra – mi ringrazia per l’aiuto e mi congeda.

Prossimo anno porto mio figlio a festeggiare la fine dell’anno sulle giostre di un centro commerciale. E alle otto a nanna!