Dove si trova la felicità?

Su Internet? In un mp3? Forse in una birra all’aperto mentre piove e tuo figlio di due anni – quello schizzinoso di tuo figlio – mangia la salsiccia arrostita? Oppure nell’amore, nel sesso, nel desiderio, nel sogno? In un negozio di strumenti musicali o di arredi per case? O nel tagliaerba? O in un pensiero comune, una telefonata, una foto, una lezione in cui finalmente, dopo quasi due anni, senti di aver capito? In un libro bello e triste, bello ma triste, triste ma bello? Nel non pensare al domani e lasciare che il mondo giri, il sole sorga e tramonti, le ragazze siano belle, i bimbi giochino, le stagioni si succedano, le parole siano leggere come l’aria? I sogni siano finiti, ci basti la sveglia quotidiana? Nella cioccolata?

Una scommessa continua

Cercando di raccogliere le idee per un romanzo, bisogna tenere in considerazione personaggi, ambientazioni, periodo storico, voce narrante, struttura, rapporto tra fabula e storia, fonti e altro ancora.

A volte si tratta di intuizioni o scelte che funzionano già da subito per costruire una storia interessante; a volte invece bisogna aspettare un ulteriore spunto perché il resto venga da sé.

Questa attesa potrebbe però non portare a nulla di significativo: la scelta iniziale si è rivelata un vicolo cieco; in questo caso, bisogna abbandonarla e cercare uno spunto differente.

Anche nella vita reale può capitare di fare una scelta importante – di studi, amicizie, professionale, sentimentale – rivelatasi insoddisfacente, noiosa se non frustrante o addirittura snervante.

In questi casi sarebbe bello poter essere autori della propria vita e scegliere un’alternativa migliore basata sul senno di poi – ché la vita, a differenza di un romanzo in fieri, va avanti da sola e ti porta dove vuole lei. Ma quante volte possiamo scegliere per il meglio?

Fare il punto

Ieri, mentre portavo mio figlio a spasso, ho avuto l’epifania di essere un bambino come lui, solo un po’ più alto e vecchio ma con lo stesso spaesamento di chi guarda il mondo e la vita senza certezze di stabilità.

Ho poco più di quarant’anni, ho traslocato 13 volte, non ho mai avuto un padre ma solo un patrigno e ho perso pure quello. Mi sento sempre come se non mi fosse mai stata data la possibilità di scegliere davvero quello di cui avevo voglia-bisogno. Ho cambiato case, lavori, strade, chitarre, città, amici, ascolti, autori – perché costretto dalle circostanze o forse perché la felicità definitiva non è alla mia portata e allora dopo un po’ di tempo mi butto in qualcos’altro, sperando in quell’incastro definitivo che funzioni con ciò che sono davvero. E tiro un sospiro di sollievo quando mollo una strada per un’altra, per il fatto di provare una novità che però già delude al pensiero ma soprattutto per non essere più costretto a credere in ciò che stavo facendo fino al giorno prima e mettere da parte l’ansia da scommessa perdente. Anche se poi ci ripenso e torno indietro a recuperare quello che resta.

Punto (e a capo?).

Se una morale c’è

Indeciso tra il mitizzato benessere statunitense anni 50 e il neorealismo di certi miei giorni più indietro nel tempo, mi viene in mente che nell’eterno dilemma tra ciò che pensi di essere, ciò che sembri agli altri e ciò che sei veramente vince “A Mauri’, magna tranquillo”, e mentre il resto della casa dorme, in un rigurgito di odiata adolescenza vorrei che questa notte non finisse mai, e però, proprio come per il mio io adolescente, non c’è molto che io possa fare senza svegliare i familiari, per cui, esattamente come trent’anni fa, sfogo la mia voglia di vivere in un bicchiere di superalcolico – stavolta non rubato all’armadietto dei liquori del mio patrigno – e in un click del telecomando che mi riporta su Netflix, il più delle volte usato da mio figlio per imparare a memoria le vicende di Peppa pig, ma selezionando il segnale tv mi ritrovo su Rai Yoyo dove, proprio adesso, trasmettono un episodio di Peppa Pig, così brindo da solo e faccio pure un secondo giro.

Parole, leggere

Una volta credevo che le parole fossero importanti, avessero un peso. Adesso le penso leggère come nuvole, come sbuffi di fumo che volano verso l’alto per scomparire.

Per dire, qualche giorno fa mi era venuto in mente qualcosa da scrivere qui ma è passato un po’ di tempo e a me è passata la voglia.

È già stato detto tutto e le parole non fanno che ripetersi, ripetere quello che abbiamo già detto o che è stato detto già da altri e probabilmente anche meglio.

Solo che quel pensiero si è materializzato sotto forma di sogno dove, tra un bus e l’altro, smarrivo una valigia rossa e, per recuperarla, tornavo indietro nel tempo.

C’era proprio bisogno di scriverlo? Il mondo – o meglio, i miei due lettori dovevano saperlo? Direi di no.

Ma le parole servono più all’autore che al lettore.