Se una morale c’è

Indeciso tra il mitizzato benessere statunitense anni 50 e il neorealismo di certi miei giorni più indietro nel tempo, mi viene in mente che nell’eterno dilemma tra ciò che pensi di essere, ciò che sembri agli altri e ciò che sei veramente vince “A Mauri’, magna tranquillo”, e mentre il resto della casa dorme, in un rigurgito di odiata adolescenza vorrei che questa notte non finisse mai, e però, proprio come per il mio io adolescente, non c’è molto che io possa fare senza svegliare i familiari, per cui, esattamente come trent’anni fa, sfogo la mia voglia di vivere in un bicchiere di superalcolico – stavolta non rubato all’armadietto dei liquori del mio patrigno – e in un click del telecomando che mi riporta su Netflix, il più delle volte usato da mio figlio per imparare a memoria le vicende di Peppa pig, ma selezionando il segnale tv mi ritrovo su Rai Yoyo dove, proprio adesso, trasmettono un episodio di Peppa Pig, così brindo da solo e faccio pure un secondo giro.

Parole, leggere

Una volta credevo che le parole fossero importanti, avessero un peso. Adesso le penso leggère come nuvole, come sbuffi di fumo che volano verso l’alto per scomparire.

Per dire, qualche giorno fa mi era venuto in mente qualcosa da scrivere qui ma è passato un po’ di tempo e a me è passata la voglia.

È già stato detto tutto e le parole non fanno che ripetersi, ripetere quello che abbiamo già detto o che è stato detto già da altri e probabilmente anche meglio.

Solo che quel pensiero si è materializzato sotto forma di sogno dove, tra un bus e l’altro, smarrivo una valigia rossa e, per recuperarla, tornavo indietro nel tempo.

C’era proprio bisogno di scriverlo? Il mondo – o meglio, i miei due lettori dovevano saperlo? Direi di no.

Ma le parole servono più all’autore che al lettore.

La richiesta

Certe volte

Sto per chiederti

Qualcosa che mi faccia stare bene

Perché io ho un estremo, patologico bisogno di stare bene

Ma non lo faccio

Mi fermo giusto in tempo

Perché non so esattamente cosa chiederti

Oppure la realtà è che lo so

Ma non capiresti.

Interno giorno, nebbia dentro

Se fosse per la colonna sonora offerta dalla rediviva voce di Ella Fitzgerald campionata a 44KHZ, questo pomeriggio domestico potrebbe essere un’inquadratura di Altman (o di Allen), ma la pellicola non vincerebbe l’Oscar né per la fotografia né per il montaggio, sonnacchioso come il risveglio dopo un pisolino perché avevi voglia (e bisogno, ti racconti) di riposarti.

E mentre fuori il mondo va avanti, tu pensi e ripensi ai sogni recenti: un furto d’auto (subìto), un cellulare donato da uno stalker, tuo figlio già grande che, dal sogno, ti dice: “Papà, questo è il tuo sogno, decidi tu”; e ti chiedi se, tra sogni e realtà, ne possa venire una storia nuova, più interessante di quella quotidiana – se non da leggere, almeno da scrivere.

E decidi che no.