La settimana di… Antonio Soncina

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Salutiamo e ringraziamo Antonio pubblicando un brano in cui viene analizzata la sua  attività di scrittura:

Nel mio primo testo, “Olio di mandorle amare”, ciascuna delle due protagoniste raccontava la storia dal proprio punto di vista, alternando eventi dell’età adulta e flashback fino all’adolescenza, ricostruendo reciproci sentimenti e incomprensioni.

In questo secondo lavoro,“Solo tre gradi di separazione”, lo scorrere del tempo è condiviso ma sono i piani spaziali a intersecarsi: ciascun personaggio vive nel suo mondo – dai centri di calcolo dell’Università di Ingegneria di Catania agli appartamenti occupati abusivamente nel quartiere di Librino – finché una serie di eventi intreccia le varie storie.

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La settimana di… Antonio Soncina

Sul sito della Antipodes, nuovi estratti del mio secondo romanzo. Oggi ecco il primo capitolo:

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Buongiorno cari lettori, proseguiamo la lettura di “Solo tre gradi di separazione” proponendo il primo capitolo:

LO SPECCHIO

«Aveva confidato ai suoi genitori i dubbi sulla sua sessualità?»
«Temevo non mi capissero. Mio padre però lo aveva scoperto.»
La memoria ricollocava Christian in un pomeriggio da adolescente. Una pausa dai compiti, il segnalibro su “La ricerca del tempo perduto” di Proust regalatogli dalle zie:

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La settimana di… Antonio Soncina

Intervista per “Solo tre gradi di separazione”.

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Buon lunedì! L’autore a cui dedichiamo questa settimana è Antonio Soncina, classe 1975, nato a Gela, città in cui ha anche ambientato il suo romanzo d’esordio, “Olio di mandorle amare” (ed. Officine Editoriali). Dopo aver vissuto per anni a Roma, si è trasferito in Veneto, dove vive tuttora.

Abbiamo avuto il piacere di conoscere Antonio in occasione del concorso “Trizzi di pinzeri”, indetto da Satyr e patrocinato da Antipodes, di cui è risultato vincitore col romanzo “Una semplice ragazza” poi ribattezzato  “Solo tre gradi di separazione”.  

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Excalibur

Ti portiamo in ludoteca per una festa a tema Super Pigiamini. È la prima volta per te come per noi. Dentro troviamo una scena dantesca di bambini che si rincorrono, saltano, si colpiscono con palloncini usati come bastoni, si menano fraternamente. È in situazioni come queste che io e tua madre realizziamo che tu sembri grande ai nostri occhi – con la tua altezza, i tuoi discorsi, il tuo rispondere quando fai i capricci – ma in realtà sei ancora un bimbo: ti guardiamo ansiosi per la tua incolumità fisica e per la tua autostima, sperando che i bambini che ti sfrecciano accanto non ti cadano sopra, mentre tenti l’impresa senza speranza di arrampicarti su gonfiabili troppo ripidi per te. Arriva un tizio col costume da GattoBoy e io ne approfitto per tirarti fuori; il tizio non fa granché, in realtà c’è uno speaker a intrattenere il giovane pubblico e distribuisce regalini dietro domande a tema: tua madre risponde, vince due CD ed è promossa a “genitore che lascia guardare la TV al figlio ma non da solo”. Tu ti guardi intorno, tra bimbi con make up di animaletti e feste di compleanno alle quali non sei invitato, finché ti concentri su un’impalcatura a più piani: sparisci all’interno, io e tua madre restiamo in bilico tra “lasciamolo provare” e “si farà male”. Mentre vieni schivato dai più grandi, ti aggrappi a una rete raggiungendo il piano superiore, attraversi un ponte tibetano (tu che al parco lo definivi “pericoloso”). Noi dabbasso facciamo il tifo per te e gridiamo “Bravo!” come due cretini, tu esplori i vari passaggi, trovi chi ti aiuta a scalare i più ostici, finché entri in un tubo e scompari: é uno scivolo, e arrivi a terra di fronte a noi, gridando “Anco’a!”. Tornerai a casa tutto intero e con un palloncino a forma di spada.

Oh issa!

L’alba non ce la fa da sola, ha bisogno di essere svegliata. La luce del sole è trasformazione di energia cinetica, prodotta dai percorsi di treni che, ogni mattina, ci portano in diverse geografie, a sentire altre voci, a scambiare parole in codice senza fine, a costruire mattoni per case che non vedremo, ma almeno il sole, quello sì, lo tiriamo su noi.

Poi giochiamo!

Caro Simone,

fino a qualche giorno fa, papà poteva svegliarti ogni mattina, chiederti se avevi fatto belle nanne e domandare “Cos’hai sognato?” e in risposta sentire “Papà!” anche se forse non era vero. Potevo prenderti in braccio e portarti sul seggiolone in cucina e farti una carezza sulla testa prima di incitarti a bere tutto il latte.

Adesso papà ha un nuovo lavoro, per il quale deve uscire al mattino quando tu ancora dormi e sogni macchinine e trenini, forse anche papà, che vorrebbe accompagnarti per le scale, prenderti in braccio quando perdi tempo a fissare il giardino, legarti al seggiolino nell’auto della mamma e augurarti buon divertimento al nido.

Il lavoro di papà è proprio come il tuo nido: ci si va solo se è piacevole, altrimenti si sceglie un altro posto; papà non si divertiva più e adesso ha cambiato lavoro, al mattino corre a prendere il treno e va lontano, ma poi torna.

Allora aspettami, Simone, perché al mattino non ci incontriamo più, ma quando ritorniamo a casa giochiamo, va bene?