Mi porto avanti con la malinconia

Tu, con il costume da super pigiamino, corri, parli con altri bambini, ti arrampichi sugli scivoli al contrario nonostante il divieto di tua madre. Io ti guardo e tu sei piccolo, buono, permaloso, competitivo, pasticcione, felice – come molti bambini; e però ho un piccolo trance in cui ti immagino tra qualche anno, a reclamare la tua indipendenza, a nascondermi i tuoi pensieri, a guidare il sabato sera, o mentre scrivi un messaggio a qualcuno che ti piace, mentre vi baciate, o prendi il treno per lavoro, accendi un mutuo per la casa – insomma la tua vita, della quale io sarò una piccolissima parte, e già provo nostalgia del presente.

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Non fa per me

“Io non so fare nessun lavoro di fai da te, nemmeno appendere un quadro.” Così un mio compagno del liceo.

Mia madre ha regalato a mio figlio Simone una composizione di tre quadretti della Pantera Rosa che avevo sin da bambino. Tocca a me appenderli. Cosa ci vorrà mai? A fare un lavoro preciso, dovrei prendere un righello e segnare sul muro con una matita tre punti, di cui uno a metà esatta tra gli altri due; tuttavia mi dico che non è necessario essere così pignoli per un’attività così semplice (e poi, mi scoccia; infine, se mia moglie non mi chiede di farlo, perché complicarmi la vita?) Il primo chiodo tende a storcersi sotto i colpi del martello, e qui io e mia moglie cominciamo a battibeccare: meglio colpi più leggeri, meglio colpi secchi… Mi tocca estrarre il chiodo e riprovare con uno nuovo. Appendo il primo quadretto e martello il secondo che si piega con colpi di intensità leggera, forte, media, qualsiasi e per di più resta incastrato nel muro ma non sarà certo un banale contrattempo a fermarmi: vado nello sgabuzzino, prendo al volo una pinza per tirare fuori il chiodo, mi dirigo lesto verso la stanza di Simone e… La pinza mi scivola dalle mani.

Ma non finisce a terra.

No, troppo facile.

Va contro un muro e fa un buco.

Sotto gli occhi di mia moglie.

(Che urla una serie di insulti che credo siano stati proibiti dalla legge fino a metà del secolo scorso.)

E di mio figlio.

Che va verso il muro e dice “Papà ha fatto un buco!” e ci mette pure un dito dentro, metaforicamente rigirandolo nella piaga.

Mia moglie mi urla di smettere e lasciare stare, ché non sono capace; io però mi impunto di finire il disastro ehm il lavoro iniziato. Estraggo il chiodo e riprendo a martellare mentre la mia dolce metà strilla tipo “Non voglio vedere come distruggi casa!”, si copre le orecchie e scappa via. Io finisco, dopo una decina di chiodi, riflettendo sulle parole del mio compagno di liceo, che adesso mi sembrano di infinita saggezza.

E com’è finita? Che il solito collega sotuttoio, dopo il mio racconto, mi fa: “Non mi dire che hai usato chiodi di ferro! Quelli non vanno bene, per i muri ci vogliono quelli in acciaio!”

Senza titolo

Guardando una folla di adulti – in metro, per le strade, a una riunione – molto prima delle rughe, dietro la barba, prima di ricrescita e stempiatura, ci si illude di intravedere i ragazzi e le ragazze senza titolo di pochi anni prima. Adesso sono diventati “qualcosa”: avvocato, operaio, consulente, artista – un’etichetta per collocare ciascuno nella società e dare un senso a parole e gesti di ogni giorno, la loro seconda esistenza. Sarebbe così anche per me, se potessi dimenticare da dove vengo e cosa voglio davvero ogni secondo della mia vita.

Jam

Io mi riposerò.

Quando non ci saranno più le parole, il vento, i padroni, le email, i successi, i fallimenti, io me ne andrò pensando: ho fatto quello che potevo, cos’altro?

Quando non ci saranno più la noia, le telefonate, l’imbarazzo, gli scontri, i segreti – non sarà poi così male.

Non ci saranno più la musica, la pizza, la risata di mio figlio a due anni, ma ci sarò passato.

Non ci saranno più le stagioni, il fiatone sulle scale, il freddo sulla banchina in attesa del treno, le notizie di cronaca a spaventare o a rendere più cinici o forse insensibili per spirito di sopravvivenza.

Più nessuna passeggiata da solo con i propri pensieri, nascosti agli sconosciuti.

Penso proprio che avrò dato tutto, e mi riposerò.

Ma nell’attesa…

Rumore bianco

La vita non è nei romanzi, nei film o nei notiziari.

La vita è nei semafori rossi, nei raffreddori, nelle incomprensioni tra amici, negli sconosciuti con cui passiamo ore seduti a fianco nello stesso vagone per poi non rivederci più.

La vita è nella stanchezza della sera, nei piatti sporchi, nelle domeniche di pioggia.

La vita è al 99% rumore bianco, noia e decisioni prese da altri. Raccontiamo e ci raccontiamo di essere felici per un paio di scarpe comode o per un nuovo lavoro.

La vita è quella roba senza senso tra errori, desideri, rancori, rimpianti.

La vita è una pagina di caratteri a caso.

Jam

Si fanno scelte che, come gli incidenti, hanno conseguenze e mentre il mondo va alla stessa velocità di prima e non c’è nessuna colonna sonora a sottolineare quelle conseguenze, dentro gioia e senso di colpa si fanno compagnia e turbano le esperienze oniriche, ma il tempo scorre e assolve fingendo un’amnesia che altro non è che stanchezza di star male, di non stare benissimo, di stare così così, di non avere mai ciò che si pensa di meritare, cioè tutto: i desideri realizzati, la gioia, l’assenza di senso di colpa, ma nel frattempo le giornate si occupano quasi da sole e alla fine hai qualcos’altro a cui interessarti o fingere di interessarti, tipo qualche parola buttata qui.

“Qualche papà vuol fare Babbo Natale?”

Per cause di forza maggiore, mi ritrovo spesso da solo a portare nostro figlio Simone a eventi, a sentir mia moglie, importanti per lui “perché ci tiene a fare queste cose insieme agli altri, e poi così ne avrà un bel ricordo.” È già successo qui https://scrivoabassavoce.wordpress.com/2017/07/15/qualche-papa-suona-la-chitarra/

e qui
https://scrivoabassavoce.wordpress.com/2017/07/19/qualche-papa-da-una-mano/

Questa volta partecipiamo a un evento benefico: una passeggiata in giro per il paese, in abbigliamento da Babbo Natale. Parcheggio in centro. Arriviamo allo stand dove distribuiscono i costumi, io pago le nostre quote e mio figlio dice: “Vo’io anda’e a casa.” Cominciamo bene. A sorpresa, mi danno due pandorini che non so dove mettere e dovrò portarli in mano per tutta la mattina. Con in mano le suddette confezioni, il berretto da BN per Simone e una bustina regalo per lui che proverà a smarrire, cerco di indossare il costume sopra i miei vestiti, giubbotto e borsello inclusi, mentre mio figlio cerca un modo per uscire dallo stand e tornare alla macchina. I pantaloni da BN si strappano subito all’inguine. Prevedo una mattinata difficile: Simone, dopo aver rifiutato l’offerta di farsi truccare, ruba senza ritegno un paio di palloncini; lo tengo fermo con difficoltà per una foto ricordo collettiva; non si interessa neanche al pony e ai due somarelli che trainano simil-slitte natalizie; immagino che nel giro di cinque minuti dovrò accompagnarlo a casa per evitare che cominci a strillare e scappi da qualche parte; succede invece che stringe amicizia con una bambina più grande che gli terrà la mano per tutto il tempo: tiro un sospiro di sollievo. Facciamo il giro del paese. Fa freddo, a mio figlio cola il naso e mi servono dei fazzoletti: i pantaloni del costume riescono sia a cascarmi di continuo che a ostacolarmi nel raggiungere le tasche laterali dei miei pantaloni cargo. Uno dei BN offre a Simone una caramella: per togliere l’incarto ci blocchiamo, rischiando di finire investiti dall’auto della Polizia che chiude il corteo. “Sei stanco?” “No.” “Ti prendo in braccio?” “No.” Questo dialogo tra me e Simone si ripropone uguale per tutto il tempo, fino a quando è troppo tardi, ovvero: il percorso è giunto al punto estremo, il più distante dal parcheggio (circa 3 km), per cui mi tocca tornare all’auto, con i pantaloni del costume a mezza coscia, portando in braccio pandorini e figlio con annessi palloncini che mi bloccano la visuale. Non so se mio figlio avrà un bel ricordo di questo, come dice mia moglie – io di sicuro non me ne dimenticherò facilmente.