“Solo tre gradi di separazione” – Estratto #2

“A casa Mandarà, Christian era solo. Entrò nella stanza dei suoi e si piazzò di fronte all’armadio, sulla cui anta centrale si trovava uno specchio a figura intera. Da bambino aveva giocato assumendo varie pose, adesso il ragazzo trovava fuori posto quel riflesso non coincidente con l’immagine della sua coscienza. La stanza aveva una voce, lo chiamava, gli chiedeva di girarsi – una cassettiera, alcuni ninnoli su un centrino ricamato a mano, cornici; dalla foto del proprio battesimo, lo fissava l’abito che indossava sua madre quel giorno. Christian aprì le ante, tirò fuori quel vestito datato ma ancora in buono stato e appoggiò la stampella sotto il mento. Tolse polo e jeans, mise il vestito per terra, vi entrò a
piedi nudi e lo tirò su. Infilò le braccia nelle bretelle dell’abito, chiuse la lampo sulla schiena e stirò le pieghe, poi
alzò lo sguardo. Nel riflesso non vide solamente sé stesso che indossava un vestito femminile ma un sogno. Portava i capelli lunghi e per questo sua madre gli aveva riferito le parole del marito Franco: «Tuo figlio deve ancora tenere i capelli in quel modo?» Christian provò a tirarli indietro fino a farsi male e a raccoglierli in uno chignon, scoprendo il volto intero, le piccole orecchie.
Tirò su la parte inferiore del vestito, si tolse gli slip e spinse il pene dietro le gambe chiuse, in modo che lo specchio non mostrasse quel membro che non percepiva come proprio. L’assenza come essenza, pensò e sorrise. In quel momento la serratura d’ingresso scattò per una chiave familiare ma inaspettata…”
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Il monopattino e la saracinesca

Quand’ero ragazzino, nel quartiere dove abitavo mi capitò di incontrare un mio coetaneo con un monopattino.

Sembrava fuori posto come il personaggio di un telefilm statunitense tirato fuori dallo schermo e inserito in un contesto sbagliato: lui, che a prima vista non sembrava possedere nessuna qualità particolare, come si permetteva di avere, anzi, di essere qualcosa di diverso dalla quotidianità di noi che usavamo una saracinesca come porta contro la quale calciare il pallone? Peraltro attirando le ire del proprietario della saracinesca? Noi ragazzini che giocavamo per strada, sull’asfalto bituminoso, che respiravamo gli scarti delle torri di cracking del vicino impianto petrolchimico, e cacciavamo con lo sguardo i pesci che nuotavano nel corso d’acqua in cui confluivano gli scarichi dell’impianto​?

E quel ragazzino, con un oggetto così semplice – ma di lusso perché non necessario in confronto alle nostre bici – sembrava darsi arie da Famiglia Bredford – quelli con la scala in bella mostra all’ingresso di casa per raggiungere la zona notte, la colazione con cereali e frittelle con sciroppo d’acero, il guantone da baseball. Tutta roba vista solo in televisione e per di più nel contesto dell’America dei sorrisi rassicuranti, dei lanci al parco, delle villette singole con il giardino per il barbecue da curare con il tosaerba.

Non era forse da restare perplessi di fronte a quella visione? Roba da prendere il ragazzino, togliergli il monopattino e, con la scusa di volerlo provare, romperlo, così da dimostrare che no, non poteva esistere nel nostro quartiere uno col monopattino.

Poi cresci e la saracinesca contro cui giocano i ragazzini è quella di casa tua.

Facce dell’anima

La vita è come un cubetto di ghiaccio: diverse facce, ognuna nascosta all’altra, ognuna inizia dove l’altra finisce, ognuna con la sua rete sociale, le proprie battaglie, ricordi, sogni e scalfitture.

Ci piacerebbe poter dire che dentro questo cubetto, come in un film di serie B, ci sia nascosto un diamante, ma è la storia che ognuno di noi si racconta. In realtà, attraverso una finestra, il finestrino di un treno, un display, un parabrezza, è il diamante a guardare fuori e a raccontarsi storie che, descrivendo ciò che vede, parlano di lui.

“Solo tre gradi di separazione” – Estratto #1

“Quella notte, Saro
stava già pensando al ritorno a casa. Filippo e Roberto, i suoi
figli di dodici e nove anni, avrebbero riconosciuto il suono
della manovra di parcheggio, il calo di giri del motore, l’ar-
resto e lo sbuffo finale, sarebbero corsi fuori per accoglierlo
appena sceso dalla cabina. Gianna si sarebbe finta indaffarata
nelle faccende domestiche, nascondendo il sollievo per il ma-
rito ancora tornato incolume. Lui avrebbe detto semplice-
mente: «Che mangiamo oggi?» oppure «Che si dice?» come
al baracchino. Nonostante le ore accumulate sulla strada,
Over the top avrebbe chiesto notizie sulla scuola ai bambini
reticenti, raccomandando quindi: «A casa mia non voglio
asini. Studiate!» A questo servono i padri, si diceva in quel
momento alla guida. Con quei pensieri e lo sguardo della
luna riflessa sul mare, avvenne l’incidente. Le mani di Saro
non avrebbero più retto un volante ma dei manubri per im-
pedire che l’accorciamento dei tendini gli conficcasse le un-
ghie nei palmi. Saro era rimasto in centoquarantaquattro
orizzontali cioè sdraiato nel letto numero due della stanza
cinque al terzo piano del Cannizzaro, registrato come pa-
ziente n. 483/97, finché i familiari lo avevano portato a casa
– prima quella abituale poi una molto differente.
Adesso, nel 2004, sette giorni sarebbero stati decisivi per
le sorti di Saro Trovato e della sua famiglia.”
Il resto qui:
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Tirati su, dicono

Questo viso sotto la mia mano non lo sento mio. La mano é la mia? La volontà è la mia? Posso ancora sollevarmi da questo pavimento dove sono sdraiato adesso? C’è qualcosa in cui mi trovi e mi ritrovi? Dov’è andato il fantasma della mia giovinezza, scontento del presente ma con lo sguardo rivolto al futuro? Ai sogni? Ai progetti? Alle idee? L’idea di vita come infinito, quella sembra dissolta. Non c’è più niente da raccontare e da raccontarsi, è tutto solido, concreto e attorno a noi: mura, porte, telefoni, orologi, calcoli, numeri come rocce. Tutto è pesante e mi àncora a questo pavimento. Ma c’è solo da tirarsi su e magari diventar bravi a non lamentarsi.

Patrimonio

La gente disperata nasce così, un po’ per l’ambiente in cui nasce e cresce, un po’ per le mancanze e le storture ricevute dalla genetica.

La gente disperata perde prima ancora di iniziare a competere. Glielo rinfaccia il mondo attorno che ha l’occhio allenato a riconoscere i perdenti.

La gente disperata si stanca di sentirsi accusata di essere quello che è, di non essere ciò che non può essere, e diventa cattiva prima ancora di saper distinguere bene e male, perché nella cattiveria c’è cresciuta, e allora restituisce ad altri quanto ha sempre ricevuto e si sente pure in credito, senza discriminare le proprie vittime, anzi, colpendo i punti deboli dei più deboli, ché i forti non glielo permetterebbero.

Così i padri scaricano sui figli frustrazioni, fallimenti e impotenze, e i figli crescono pensando che la vita non possa esser altro che quell’aggressione continua da chi per primo dovrebbe amarli.

E la stagioni si ripetono, e dopo l’estate, immancabilmente, torna l’autunno e poi l’inverno, e quando questo finisce, la primavera ci trova più vecchi e stanchi, più esperti ma non più saggi.

E io, quale patrimonio lascerò?